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OGGI A “IL FATTO DEL GIORNO”

21 gen 2010

   rai-due

Il processo breve è l’argomento di cui parlerò questo pomeriggio su Rai Due a “Il Fatto del Giorno”.
Ieri il ddl per il processo breve è passato al Senato con 163 sì, 130 no e due astenuti. Un risultato contestato dall’opposizione, con il presidente Schifani costretto a intervenire per calmare gli animi.
“Avrà conseguenze devastanti perchè distruggerà il funzionamento della giustizia civile, penale, amministrativa e contabile in Italia” hanno commentato i giudici italiani che, per la prima volta, hanno approvato un documento unitario per ribadire le loro “fortissime preoccupazioni”, perché il “provvedimento farà finire al macero centinaia di migliaia di processi, con un costo sociale e un danno erariale altissimi”.
Così, invece, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che difende il proveddimento: “Non credo che il cosiddetto processo breve presenti profili di incostituzionalità. C’è l’Europa che ci chiede tempi certi per i processi e poi c’è la Costituzione che ci dice che devono avere dei tempi ragionevoli”.

La trasmissione, condotta da Monica Setta, andrà in onda, in diretta, a partire dalle ore 14.
Nello studio romano di via Teulada ci saranno Sandra Zampa, deputata del Partito democratico, Saverio Romano (Udc), Anna Grazia Calabria (Pdl), il presidente dell’Associazione nazionale fra le imprese Assicuratrici (Ania) Fabio Cierchiai, la giornalista e scrittrice Silvana Giacobini.
In collegamento esterno, invece, seguiranno il dibattito il deputato del Popolo della Libertà Alfonso Papa e Daniela Santanché.

Giovedì 21 gennaio 2010
Rai Due
“Il Fatto del Giorno”
Diretta dalle ore 14
Conduce Monica Setta

LINK PER LA DIRETTA SUL WEB
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/diretta.html?cid=ContentSet-0c69467b-4d39-43ec-a308-40ae4c37efa6&channel=RaiDue+Diretta

LA GALERA PUO’ ATTENDERE

18 gen 2010

     napolitanostorace - la destra

Finisce un incubo. Cinque anni di galera per la polemica sui senatori a vita con il capo dello Stato, nonostante la riappacificazione. C’è ancora giustizia: pochi minuti fa, l’avvocato Romolo Reboa, mio difensore assieme a Bruno e Ippolita Naso, mi ha dato la notizia che il tribunale di Roma mi ha prosciolto dal reato legato al vilipendio.
Mastella, ministro di “giustizia” che diede in quarantott’ore l’autorizzazione a perseguirmi, aveva torto marcio.
Eppure le premesse non erano delle migliori.
Questa mattina l’udienza era convocata per spedirmi davanti alla Corte Costituzionale proprio per il caso Napolitano, perché si pretendeva di perdere altro tempo  per una vicenda che in qualunque paese del mondo sarebbe stata chiusa con una stretta di mano.

Nel 2007 polemizzai con il capo dello Stato. Erano i tempi del governo Prodi, c’era il continuo soccorso dei senatori a vita in favore di un governo odiato dal popolo.
Presentai un disegno di legge a palazzo Madama per una riforma costituzionale che cancellasse un istituto che giudicavo ormai snaturato rispetto alla sua funzione. Saggi della Repubblica venivano trasformati oggettivamente in strumenti di parte.
Con un’abile manovra mediatica, il quotidiano “la Repubblica” scrisse che ce l’avevo con Rita Levi Montalcini; il che non era vero, tanto più che la bubbola delle stampelle circolò in ambienti giovanili e non fu certo una mia invenzione. Ce l’avevo con la figura dei senatori a vita, non con le persone.
Eppure, la polemica montò, fino a che si arrivò, successivamente alla presentazione del ddl per abolire i senatori a vita, alla polemica aperta col presidente Napolitano.
La Procura di Roma, manco a dirlo, aprì immediatamente un fascicolo contro di me, iscrivendomi a quel particolare guinness dei primati per cui dovevo risultare l’unico cittadino italiano ad essere processato per il vilipendio al capo dello Stato. Mastella diede appunto in 48 ore l’autorizzazione a procedere  e già la fretta fu significativa. Il governo mandava a processo un esponente dell’opposizione senza stare troppo a pensarci su.
E proprio su questo i miei legali – in particolare l’avv. Reboa -  hanno trovato il punto debole di un’accusa che è venuta giù in tribunale questa mattina.

Eppure già il Senato, quando non ero più membro dell’assemblea di palazzo Madama, aveva sancito l’insindacabilità delle mie opinioni. Dure, ma opinioni. E stabilì che non dovevo essere processato.
Non ne approfittai. E anzi, scrissi a Napolitano una lettera. Anche se il processo non doveva più farsi, volevo comunque scusarmi col presidente.
Convinto delle mie opinioni, avevo comunque ecceduto nei toni.
Il presidente apprezzò il gesto, mi invitò al Colle, e proprio una stretta di mano sancì la riconciliazione. Ne fui contento, perché comunque le opinioni vanno mantenute, ma non significa autorizzazione a uscire dal seminato.
Addirittura, recentemente, proprio Napolitano ha proposto l’abrogazione del reato per cui si procedeva nei miei confronti.
Ma una magistratura che a volte sembra vivere sulla luna pretendeva di andare avanti. Accanimento terapeutico, questa la strada scelta. Il pubblico ministero chiedeva di attivare il conflitto di attribuzione – cioè la magistratura non può vedersi scippare un processo per un reato di opinione dal Senato – e la Corte Costituzionale deve decidere chi ha ragione.
Stamane, il giudice chiamato a sentenziare ha invece agito secondo giustizia.
Risultato: finisce una persecuzione. La galera può attendere.

P.s.: Ultima, ma non meno rilevante considerazione. Come mi ha fatto notare lo stesso Reboa, la sentenza di stamane ha stabilito che Mastella violò la legge da ministro della Giustizia per mandare sotto processo chi stava all’opposizione. Questo influì anche sul mio percorso politico.

OMERTA’

6 dic 2009
Immagine anteprima YouTube

Ho atteso invano qualche giorno, ma mi resta difficilmente comprensibile il silenzio omertoso del vertice della Regione Lazio su quanto emerge nel processo chiamato Laziogate.
Sono emersi dati sconcertanti sui collegamenti tra il cosiddetto pentito – una sottospecie di Spatuzza de noantri – e la Regione, attraverso una sua società.
Ma a parte qualche scriteriato consigliere regionale, tutti tacciono. Tace Marrazzo, da chissà quale convento si è rifugiato. Tace il suo ciarliero legale, tace il suo vicepresidente Montino, tacciono i vertici della società regionale pizzicata nella squallida operazione.
Ma non staremo silenti noi, come ha dimostrato ieri la federazione romana nel sit-in organizzato a Largo Goldoni.
L’uso delle istituzioni e dei suoi fondi pubblici è anche questione politica e apprezzo che il sindaco Alemanno abbia il coraggio di mettere in discussione la costituzione del Comune come parte civile.
Ma è indegno il silenzio della Regione.

SVOLTA LAZIOGATE, LA RASSEGNA STAMPA

4 dic 2009

                  rassegna stampa

Finisce un incubo. Ieri al Laziogate le prove. Il pentito che mi fece dimettere da ministro pagato dalla Regione Lazio con fondi della presidenza prima di testimoniare. Marrazzo non ha nulla da dire?
La rassegna di oggi.

LEGGI Laziogate – Rassegna venerdì 4 dicembre 2009

BANDITI E PENTITI

3 dic 2009

                           regione_lazio

Questa che vi racconto è una storia amara, la storia amara che mi fece dimettere da ministro e che venne orchestrata da banditi e pentiti. E ora è possibile conoscere finalmente la verità.
Le carte che questa mattina il mio legale Bruno Naso depositerà in udienza, testimoniano che il processo Laziogate è stato costruito a tavolino, le dichiarazioni del cosiddetto pentito Dario Pettinelli hanno avuto un compenso preventivo. Pagato da Lait spa, la società informatica della Regione Lazio, presidenza Marrazzo.

Altro che trans, si è usata un’istituzione con i soldi dei cittadini per sbattere in prima pagina e non ancora in galera un avversario politico.
I principali testimoni d’accusa al processo sono il signor Dario Pettinelli, coniugato con la signora Sabrina Girardi, e Alessandra Poggiani, da poche settimane ex direttore di Lait spa, società regionale che è parte civile…

Nave Argo srl è la società che si è vista affidare da Lait spa (la società informatica della Regione nata con la trasformazione di Laziomatica) la realizzazione di un servizio radioweb per la Regione Lazio mai effettuato.
Sul sito www.naveargo.com la Regione Lazio è indicata nella rubrica “i nostri clienti”.
La registrazione del dominio naveargo.com è a nome di Dario Pettinelli.
Amministratore della Nave Argo srl è Sabrina Girardi, moglie di Pettinelli.
Sede legale di Nave Argo è Largo Messico 13, sede operativa Via Antonio Vivaldi 12. Presso Via Vivaldi 12 è ubicata anche la sede della testata registrata presso il tribunale di Roma, Italia Tv, direttore responsabile Dario Pettinelli.
Nel sito della testata, si legge che Italia Tv “attraverso NAVE ARGO, società di produzione in Roma, realizza contenuti video in alta definizione che coadiuvano la produzione delle notizie”.

Nel 2009 l’assemblea dei soci di Nave Argo registra un incremento notevole dei ricavi della società da prestazioni di servizi: 180mila euro nel 2008 rispetto ai 122mila del 2007, che erano comunque il doppio del 2006 con 60mila euro. Solo 20mila erano gli euro ricavati nel 2005… niente nel 2004.

Come detto sopra, Lait spa è parte civile nel processo Laziogate. Dario Pettinelli ha patteggiato a marzo 2007 la condanna nel processo. Pettinelli ha testimoniato il 23 dicembre 2008. Nei mesi di giugno e di ottobre Nave Argo aveva ricevuto quasi centomila euro da Lait. Non si sa se ci sono ulteriori compensi, magari da altri assessorati regionali…

Si arriva casualmente a scoprire l’intreccio da un’interrogazione – rimasta senza risposta – del consigliere regionale del Pd del Lazio, Alessio D’Amato, che proprio nell’ottobre 2008 chiede conto all’allora assessore Michelangeli delle spese effettuate da Lait per finanziare una web radio per il portale della Regione Lazio. Si viene così a sapere che con determina del dipartimento istituzionale della regione A3270 del primo ottobre 2007, sul capitolo R31507 di competenza della presidenza della giunta regionale, sono stati impegnati quasi 113mila euro da destinare alla Lait per la finalità indicata. Con una successiva determina dell’anno successivo, la A1908, vengono impegnati altri 113mila euro, in totale 226mila.

I dubbi di D’Amato si fermano a chiedere perché non si sia fatta una gara ad evidenza pubblica e a chiedere notizie se l’attività della web radio, pagata, si sia mai realizzata.
La Regione non può rispondere: la radio web non è mai decollata e la gara pubblica non si può fare per evitare di fare scoprire uno scandalo, quello del pagamento da parte di Lait per un servizio reso in tribunale contro l’avversario politico, con somme versate alla società di un condannato (nel marzo 2007…) dopo patteggiamento per reati commessi contro la parte civile, che ha “risarcito” con 800 euro di multa… e da cui riceve compensi attraverso la moglie. E che dichiara nel suo sito di avere la Regione Lazio come proprio cliente…

Le somme impegnate dalla Regione in  due tranches riguardano lo studio di fattibilità della radio web.
Il documento è approvato dall’allora direttore generale Alessandra Poggiani, altra “superteste” del processo, recentemente “liquidata” dall’azienda con una cifra stratosferica (su Libero di domenica scorsa il consigliere del Pdl Maselli parla di oltre 500mila euro).

Il progetto è da includere nel portale istituzionale della Regione “per rispondere alle esigenze di tutti gli assessorati – si scrive – e alle nuove linee di comunicazione volute dalla presidenza Marrazzo”.
E Lait esegue. Mentre il suo avvocato studia le domande da porre al “pentito”, l’amministrazione, con determina 250 del 12 giugno 2008 (protocollo 6362 Lait spa) e con determina 404 del 24 ottobre 2008 (protocollo 10906 Lait spa), versa prima 24mila euro e poi altri 72mila alla gentile consorte di Pettinelli, ovvero al “fornitore” Nave Argo srl. Giugno, ottobre: sì, a dicembre si può testimoniare.

Il responsabile del procedimento è Enrico Bravi, la cui firma precede quella della Poggiani nell’approvazione dello studio di fattibilità di cui alla prima determina regionale del 2007 portata alla luce da D’Amato nella sua interrogazione.
Probabilmente anche altri devono seguire il destino della Poggiani, magari con spesa più modica.  Qualcun altro dovrà risponderne in tribunale. Il processo Laziogate dovrà avere altri imputati. A cominciare da chi ha consentito tutto questo con i fondi della presidenza della giunta regionale.
Marrazzo avrà nulla da dire?
E il pubblico ministero?

PROCESSO LUNGO

26 nov 2009

                     giustizia

A proposito di processo breve, vorrei sapere se è uno scandalo o no che per giudicare se un editoriale di prima pagina fu diffamatorio o no, il relativo processo debba celebrarsi tre anni e mezzo dopo. Non è una vergogna che si debba aspettare così a lungo?
Nel marzo 2006 mi dimisi da ministro. Non avevo ricevuto neppure un avviso di garanzia, eppure mi trovai sbattuto in prima pagina come a capo di una banda di spioni. Da quell’accusa non sono mai stato chiamato a rispondere in nessun tribunale.
Eppure, il giorno delle mie dimissioni il più pesante fu Marcello Sorgi che, in un editoriale su La Stampa di Torino, non esitò a scrivere che avevo ordinato di intercettare Alessandra Mussolini e Piero Marrazzo (e per fortuna non abitavo vicino via Gradoli). Mi dimisi per non barricarmi a palazzo, ma per Sorgi ero una specie di 007.
Per giudicare sulla mia querela per quell’articolo diffamatorio oggi, 1400 giorni dopo, si è aperto il processo a Torino.
E’ giustizia questa?

LIBERTA’ D’OPINIONE

19 nov 2009

                                bavaglio

Sono indignato. Spero di non ricevere un’altra querela, ma sono davvero indignato.
Questa mattina, presso il tribunale di Roma, un magistrato ha deciso di mandare alla Corte Costituzionale gli atti legati all’insindacabilità decisa dal Senato nei miei confronti per una querela mossa dal pubblico ministero Henry Woodcock.
E’ una vicenda che si protrae dal 2006… a proposito di lungaggini giudiziarie.
In quell’anno, a elezioni politiche svolte, esplode il caso Sottile, legato alla “retata” che coinvolse Vittorio Emanuele di Savoia.
Eravamo in un fine settimana di luglio, a Camere chiuse (dettaglio importante).
Mi telefona il cronista di Repubblica nelle ore successive agli arresti e mi chiede un’opinione. Immagino di essere stato interpellato perché parlamentare, altrimenti il cronista non mi avrebbe telefonato.
Dico la mia opinione, certamente dura, sulle accuse a Sottile e denuncio il sospetto di una manovra contro Alleanza nazionale. Le stesse cose le dice l’onorevole Fini, all’epoca segretario di An e di cui Sottile era portavoce.
Fatto sta che Sottile, tempo dopo, verrà prosciolto dalla curiosa accusa di concussione sessuale, che era l’oggetto dell’intervista.
Woodcock, offeso, mi querela e querela anche Fini ed altri esponenti di An.
Poi, “salva” Fini perché dice di rinunciare all’allora lodo Alfano. Ma è un’altra storia…
Davanti al Senato rivendico il diritto a esprimere un’opinione su una vicenda che poi confermerà in sede giudiziaria che Sottile non doveva essere perseguito per la sua vita privata.
Il Senato – di cui non sono più componente, nel frattempo – mi “assolve”.
Palazzo Madama rivendica cioè il diritto ad esprimere un’opinione, che poi è il fondamento dell’immunità parlamentare, almeno di quella che è rimasta dopo Tangentopoli.
Ebbene, il pm non ci sta e chiede al giudice di sollevare conflitto di poteri di fronte alla Corte Costituzionale. Che, ci scommetto, dichiarerà che invece il processo si deve fare. E perché? La motivazione la potremo trovare nella posizione contraria della sinistra al Senato, quando si è trattato di decidere la mia insindacabilità: non aver presentato, prima dell’intervista, un’interrogazione che dicesse le stesse cose dichiarate a Repubblica.
E nel fine settimana dove la dovevo presentare, di grazia?
Ci sarebbe da ridere, eppure è la giustizia italiana, è la politica italiana.
Poi dice che Berlusconi ha torto…


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